Calzature Speciali

 

 

 

 

 

“Elsa era convinta che le scarpe avessero un’importanza straordinaria nella vita della gente e che, probabilmente, condizionassero sottilmente il destino di chi le indossava. Forse un percorso apparentemente casuale era solo una traccia segreta, su cui “certe” scarpe ci trascinavano a nostra insaputa. Pensava alle scarpe come ad una sorta di amuleti, non a caso la fortuna era stata dalla sua parte, esclusivamente quando aveva indossato le calzature “giuste”.

Sull’argomento, lei lo sapeva, erano state scritte montagne di libri… ma forse non era stato detto tutto… insomma Elsa, era arrivata alla determinazione, che doveva esserci qualcosa di vero in favole come “Cenerentola” o “Il Gatto con gli stivali”, perché alla base delle leggende… si sa, c’è sempre un punto di partenza reale… si! magari il “mondo” se ne era dimenticato… ma sicuramente i calzari di Hermes o altre favolose calzature dei miti… dovevano essere esistite e forse… forse, potevano essere ritrovate, del resto quanta gente aveva speso la propria vita alla ricerca del Sacro Graal o della pietra filosofale. Ora le era perfettamente chiaro… ecco che cosa cercava in fondo al suo cuore: un paio di scarpe o sandali o stivali che fossero “magici!”

Negli anni del liceo, per la verità, aveva posseduto un paio di decoltè scamosciate nere (credo di una ditta di Firenze) che sebbene non fossero... magiche... certo erano straordinarie. Le indossava la sera che giocò a poker con i grandi per la prima volta (Elsa aveva una forte passione per il gioco d’azzardo, peccato che crescendo non avesse potuto coltivarla) vincendo spudoratamente, e soprattutto la prima volta che fece l’amore in modo completo (era il segretario dell’associazione culturale di cui faceva parte, un tipo strano) potrebbe sembrare assurdo un nesso tra le scarpe e quel rapporto, eppure lui la pregò di tenerle proprio nel momento del massimo piacere e la richiesta non meravigliò affatto Elsa, che accettò felice provocando nell’altro una come esaltazione... tremava, carezzava le cosce e poi le scarpe... mormorando all’infinito: “...cazzo... cazzo... è bellissimo...” beh, lei si convinse che le scarpe c’entrassero.   E poi comunque all’esame di stato prese sessanta sessantesimi forse perché le indossava nonostante il caldo.

No, non sapeva che fine avessero fatto quelle scarpe... sparirono in quegli strani momenti della vita, che poi rimangono come bui, quei momenti in cui ci sembra di cambiar gusti, in cui da un lato siamo disattenti e dall’altro ci attorniamo di oggetti, letture, persone, che solitamente nulla hanno a che fare con noi; si, si fu in una di quelle estati! (difatti queste cose capitano solitamente in estate) sua madre doveva averle buttate ... quella donna le aveva sempre combinato guai... pace alla sua anima!!

E da allora nella vita di Elsa, niente... beh... si, uno stivale decente, dei camperos che ancora possedeva, cui era affezionata, qualche sandalo carino ... ma nulla di più che superficiali simpatie. Continuava a sognare.

Un giorno, era in macchina, vide una lunga fila di persone in attesa fuori di un negozio: si trattava dei soliti saldi di fine anno, fermarsi sarebbe stato impossibile, troppo traffico e poi dove l’avrebbe messa? parcheggiare era impensabile, no bisognava rinunciare! del resto era abituata alle rinunce, specie  nelle piccole cose di ogni giorno. Così non soffrì più del normale, lasciandosi alle spalle quel negozio di calzature, dove forse in quello stesso momento una di quelle inutili signore, belle e impellicciate, che riempiono di profumo dolciastro tutti i luoghi che traversano, si stava accaparrando le ‘sue scarpe’ casomai, con una carta di credito, ah no! nelle svendite non le accettano.

Comunque, nonostante le rinunzie e le amarezze che ne derivavano, quella le sembrava essere la migliore delle vite possibili... oh Dio! con delle scarpe che avessero permesso di realizzare i desideri sarebbe stato diverso... ma queste erano evidenti fantasie infantili; forse mancava qualcosa nella sua esistenza... il sesso, l’amore?  Si rendeva perfettamente conto, che le frequenti fantasticherie magiche... originassero dalla sua disastrosa vita sentimentale, senza contare quella... beh... diciamo fisica, praticamente nulla, lo zero assoluto. Dopo quel tipo del centro culturale, con cui aveva smesso, per via di una serie di richieste che la imbarazzavano e che fisicamente non era in grado di accettare, non c’era stato più nessuno, si, cioè... quella... cosa... con il dentista, ma lei non aveva provato un reale piacere, l’eccitava la situazione ed il fatto di sentirsi quasi costretta... lui si era scusato così tanto, si era messo addirittura a piangere!?

Il giorno dopo tornò con il tassì, per poter spulciare in mezzo ai saldi... chissà se lì, tra migliaia di paia fuori moda ci fossero le sue scarpe magiche. Una fila indicibile e nessuno che si impietosisse cedendole il posto, ci volle un’ora prima di accedere alla montagna di scatoloni, cerca... cerca, ma quell’emozione che si aspettava, quel qualcosa che sarebbe dovuto avvenire se avesse trovato le scarpe magiche, non si verificava, purtroppo non c’erano… e poi, prezzi ridicoli per dei saldi, si qualcosa a poco... ma robaccia assurda: stivali verdi in similpelle, mocassini di vernice con il penny, un paio giallo, modello banana... il meglio che avesse visto era una classica decoltè bianca telata, con il tacco in legno naturale e un fiocco in tessuto, asportabile, ma poi andando alla cassa, guardandole da lontano, si accorse che erano le scarpe di Trudy, la ragazza di Gambadilegno, insomma un’altra delusione.

Uscì disgustata, con una voglia di correre, di gridare parolacce ai passanti... eh... magari avesse potuto farlo!!

Ma se un essere umano è alla ricerca di scarpe magiche, o presunte tali, come può procurarsele? o almeno dove può provarci o... semplicemente illudersi? Elsa non sapeva assolutamente darsi una risposta e forse nessun altro avrebbe potuto farlo.

Pur se con il distacco dei pensieri folli, questa idea cominciò ad ossessionarla, in televisione studiava con attenzione le scarpe delle persone di successo (si era convinta che la fama di una nota attrice, per quanto brutta e grassa, fosse dovuta esclusivamente ad un paio di smodate scarpe marroni, che le aveva visto indossare in molte trasmissioni), per strada spiava la gente guardandone solamente i piedi.

Il tempo passava, ed Elsa svolgeva il suo normale lavoro di tutti i giorni, alle Poste, beh, lo so niente di magico, però non ‘stava al pubblico’ e aveva mansioni di tutto riposo, in fondo sua madre con quel lavoro lì, era riuscita a crescerci una figlia, e da sola! facendola studiare e senza che le mancasse nulla! Gesù, non è che con lo studio (il brillante diploma e due anni di università, poi logicamente, morta mamma... aveva interrotto) dicevo, non è che con lo studio avesse fatto molto, anzi fortuna che per non so quale legge era potuta subentrare alla madre, se no, altro che lasciare l’università, il Paese, avrebbe dovuto lasciare. Comunque tutto questo per dire che delle scarpe magiche si doveva, nel vero senso della parola, esser perso lo stampo.

L’inverno, improvvisamente, smise di infreddolirle il naso, non che fosse venuta la primavera, no! solo che la mattina il latte le sembrava buono anche tiepido e questo per Elsa significava che la stagione era cambiata... già! bisognava spostare la roba nell’armadio... e non poteva certo farlo da sola, quella mattina però non era il caso nemmeno di starci a pensare. Nonostante fosse domenica, si era alzata molto presto, ma pigrottava, seduta davanti alla finestra, accanendosi su di un ‘Bartezzaghi ‘ che i suoi colleghi non erano riusciti a finire in ufficio... sette verticale: “è uno strumento crudele, ma inserendo nel nome una targa italiana serve per camminare...” era proprio impossibile, aveva pensato a tutti gli strumenti di tortura... alla vergine di Norimberga... alla... ma si!!! certo... stiletto! sti-letto che con l’aggiunta di VA (targa di Varese) diventava sti-va-letto... diavolo, un’esperta di calzature come lei che ci aveva messo tutto questo tempo... poi all’improvviso, la Settimana le cadde per terra, ebbe come una folgorazione, quello che stava cercando erano un paio di stivaletti. Aveva come una sorta di nausea, quello strano mal di pancia di quando siamo in ritardo ad un appuntamento importante e al posto di affrettarci ci sentiamo come rallentati, paralizzati; doveva uscire, doveva andare a cercare i suoi stivaletti magici.

Fu in macchina, per strada, in un lampo, almeno a paragone con i suoi tempi lunghissimi e riuscì persino ad evitare la portiera che andava a messa, guai se avesse attaccato bottone, la vecchia donna usava con lei una gentilezza eccessiva, imbarazzante! “...è che mi preoccupo per lei signorina Elsa, ma come fa a risolvere tutto da sola, ci fosse almeno la sua povera mamma...” era insopportabile! la trattava come una ragazzina deficiente.

Certo di Domenica è molto più facile circolare con l’auto, ma davvero difficile trovare un negozio di scarpe aperto, questo Elsa lo sapeva benissimo, del resto lei non stava cercando un qualsiasi paio di scarpe... cercava un... beh è difficile spiegarlo, ma lei vedeva benissimo nella sua testa quello che stava cercando.

Girò per il quartiere come non faceva più da tanti anni, da prima dell’incidente e stava per rientrare quando le venne lo strano desiderio di passare davanti l’ufficio postale dove lavorava, in effetti non l’aveva mai visto di domenica. Appena si accostò al marciapiedi capì, che i suoi stivaletti dovevano essere vicini.

Proprio di fronte alla grata dello ufficio postale, un giovanotto dall’aria equivoca vendeva delle scarpe, adagiate su di un panno rosso rubino (no! non era una coincidenza, quello era il suo colore) e lì spiccavano, quasi fossero illuminati di luce propria, degli stivaletti in vacchetta rivoltata color tortora... si erano proprio loro. Si! La sua ricerca era finita. Elsa non riusciva a trovare le parole e senza scendere dall’auto indicava le meravigliose calzature, il giovane ne sollevò più di un paio prima che il grido di Elsa lo convincesse di aver preso quelle giuste... “signorì ma so per voi?” era napoletano, le sembrò assolutamente normale che delle scarpe magiche dovessero provenire da Napoli, “...come?” replicò la giovane donna, “...he... no, perché se sò pe voi, sò toppo grandi, queste sò quarantuno e mezzo, è robba delle sfilate, guardate, guardate, potrebbero stare ai piedi di un principe, sono una favola! sentite la morbidezza... un velluto...” Elsa gliele strappò letteralmente di mano... mormorando qualcosa di incomprensibile, allora il ragazzo, quasi seccato disse: “la mia ditta non effettua sostituzioni... se poi al vostro fidanzato non gli’entrano io no voglio sapere niente...” Elsa lo guardò fisso e carezzando la suola perfettamente liscia replicò “no, no, sono per me... sono Miei!” sembrò quasi che il ragazzo avesse capito, la guardò con un aria complice, e sorrise “allora è tutto regolare, vi prendo lo scatolo”, “no grazie... li metto in borsa... è più comodo, quanto devo?” il venditore si guardò intorno, misteriosamente, abbassò il tono e poi disse stringendo le mani di Elsa: “...datemi cinquantamila lire e non dite nemmeno una parola, perché mi dovete un caffè”.

Lei non capì il significato di quella frase, doveva far parte di una sorta di rituale... comunque pagò felice, come se quella banconota che porgeva fosse falsa... in ogni caso le sembrò inadeguata al valore dell’oggetto che le veniva dato in cambio.

Guidava verso casa senza riconoscere le strade, come in trance, il suo stato le ricordava vagamente la corsa fatta nella pancia dell’ambulanza la famosa notte dell’incidente: c’era qualcosa di pauroso, eppure di teneramente rassicurante... pensò che forse si dovevano sentire in quel modo i marines americani, raccolti di notte, nella giungla, dagli elicotteri dopo le missioni in Vietnam... bah, forse stava esagerando, aveva ragione il suo collega Diego, esagerava sempre, e poi che ne sapeva lei di azioni di guerra? in ogni caso aveva visto più film, di Diego e di chiunque altro conoscesse... alla fine si trovò sotto casa e cominciò a pigiare sul telecomando prima ancora di essere davanti al cancello. Come cavolo era scomoda quella macchina! la prossima, (lo aveva giurato) avrebbe avuto il servosterzo, meno male che quelli della palazzina B non le avevano occupato il posto! lo facevano sempre... eppure c’erano tanto di strisce. Quel orribile elevatore oggi era più lento del solito, e poi faceva un rumore... come un tamburo che batte... sembrava un tamtam lontano... no anzi una specie di voce, oppure era lei a mormorare ossessiva quel “dai, dai, dai... daaai”. Quando finalmente si chiuse alle spalle la porta di casa, ansimava, sprofondò nella sua sedia.... le dolevano le mani e le ascelle... si era sforzata davvero troppo... apriva e chiudeva il pugno, ritmicamente, per fare affluire il sangue, poi strinse forte le ruote, che strano come certe volte le sembrassero così sottili, come quelle della bicicletta da corsa che aveva suo padre quando era piccola, si diresse rapidissima, nella camera che una volta era stata della madre. C’era un grande specchio, con molta polvere, la sua sedia a rotelle mandava strani riflessi argentei... sembrava un oggetto così veloce... una piccola astronave... all’improvviso fu come se si risvegliasse... gli stivaletti! gli stivaletti! li tirò fuori dalla borsa... no, non erano un sogno, come erano belli!!! Elsa non li guardava direttamente, li studiava, ammirata, nello specchio, incuriosita dai suoi gesti, che ora le apparivano estranei... insolitamente armoniosi mentre provava a calzarseli... “chissà quante cose si possono fare” pensò “con degli stivali magici... magari anche camminare... forse persino correre...“.

 

 

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