Gli stivali rossi
Non le sembrava vero, soprattutto non le sembrava possibile. Eppure gli stivali erano lì, davanti al grande specchio della camera da letto... belli e terribili, rossi come il peccato, alti, altissimi... non aveva mai indossato dei tacchi cosi alti... e poi fino alla coscia, con quel risvolto di una tonalità più scura... aveva la sensazione che le sue gambe così magre sarebbero state scottate, se avesse osato calzarli. Era stata assolutamente una follia!!! Forse quel venditore l'aveva... non so, coartata, plagiata, come ipnotizzata… dai! non diciamo scemenze: aveva semplicemente fatto leva sulla sua vanità… vanità, ecco tutto… no, no, doveva ammetterlo… era riuscito a parlare a quella parte di lei sconosciuta, che ella stessa non pensava potesse mai rivelarsi ad altri. Li aveva subito comprati... non aveva saputo resistere! Quella le era sembrata un'azione trasgressiva e liberatoria, perciò lo aveva fatto... per cominciare una nuova vita, per verificare la sua capacità di sentire, di… o forse, aveva solo fatto una sciocchezza! un colore così assurdo, così diverso dai colori che amava sentirsi addosso! il grigio, il marrone, l'azzurro... adatti a mantenere la sua immagine di brava donnina, di brava lavoratrice, di seria dipendente statale. Lei era così... ne era sicura... o almeno le sembrava… no, no, non ne era sicura affatto... sapeva che i sogni, le passioni, i tormenti che segretamente portava dentro, prima o poi avrebbero trovato uno sbocco, una via di fuga. Non riusciva ad immaginare lo scenario di una Giuliana, che realizzasse i propri sogni più segreti, ma qualcosa glielo suggeriva come apocalittico e pure fascinatore. Certo non potevano essere un paio di stivali da cocotte, la chiave per trasformare le fantasie in realtà... o almeno non credeva possibile, che un oggetto di per se, potesse valer tanto... oh Dio, costare, erano costati... ma si! si! tutte queste chiacchiere venivano dal suo senso di colpa, per essersi fatta imbrogliare dal solito napoletano... duecentomila lire per delle calzature, evidentemente fuori moda, o comunque difficili da utilizzare; quante volte sua madre le aveva detto di diffidare dei venditori ambulanti? “Sempre nel grande negozio, la ditta affidabile! il risparmio non è mai guadagno!”… ma perché faceva tutte quelle storie? perché continuava a pensarci…? erano solo un paio di banalissimi stivali. Li mise sotto il letto, come per nasconderli ad occhi indiscreti, allontanò da se quella specie di pensieri sconnessi e ritrovò la sua calma abituale e rassicurante. Ecco, ora poteva mangiare qualcosa e cercare di rilassarsi. Che idiozie! Lei era una persona così razionale!? Ma come può una docente di materie scientifiche, per di più di ruolo, come può rimbambirsi, per un paio di stivali? e rossi per giunta, bahh!?! In frigorifero c'era poco; mangiò un panino con della carne fredda, del giorno prima, si sentì subito sazia, come stanca… o forse era nervosa, eccitata? Gli stivali sotto il letto, non erano certamente quelli delle sette leghe… eppure sembrava chi si muovessero da soli per il rumore, che facevano nella sua testa. Dai, ragazzi, non scherziamo… certo era opportuno provarli, non sapeva nemmeno se le entrassero, tante volte queste scarpe da bancarella hanno i numeri fasulli… e poi il trentasette e mezzo è sempre una misura strana… i suoi erano piedi delicati e… Fantastici!!! Fantastici… semplicemente fantastici! Chi se ne fregava se erano volgari… le stavano un incanto! Nello specchio brunito, in quell’ora della sera che cominciava, gli stivali sembravano l’unica cosa colorata… le pareti, le tende, lei stessa, tutto, sembrava sbiadito… si tirava su a fatica la gonna, per guardare la parte superiore degli stivali e… soprattutto per vederne l’effetto sulla zona alta della coscia. Quello era l’unico punto delle suo corpo, che le era sempre piaciuto: c’era come una leggera bombatura, che partiva dall’inguine verso il ginocchio, che rendeva la sua coscia bella e piena, a differenza delle gambe che le sembravano esageratamente magre, povere… meschine, era la parola che le veniva in mente… che bello guardare le sue gambe allo specchio e vederle per la prima volta come quelle di un'altra, giudicarle… ammirarle. Piegava la testa da un lato e da un altro… e per la prima volta… improvvisamente… si trovò femminile, molto femminile… seducente... molto seducente. Avvertì pienamente, il rosso che le avvampava le gote… e sentì il cuore che accelerava… ma come poteva essere così sciocca? Si vergognava di cosa? Si sistemò la gonna con le mani e corse in bagno a sciacquarsi la faccia, con gesti assolutamente automatici. Ma anche lì c’era uno specchio in agguato… la sua immagine, le appariva più furba e ridente del solito, una sorta di diavoletto che sembrava volesse sbeffeggiare, la dottoressa Giuliana Orsola Dentini, docente di ruolo del liceo statale Aleardo Aleardi, con la quale aveva sempre convissuto in pace e che ora si era trasformata in quella ‘tipa’ dagli occhi lucidi e lubrici, che la guardava dallo specchio, sopra il lavabo… noooo, non potevano essere gli stivali. Si rifiutava di crederlo! Salì in piedi sul bordo della vasca per riguardarli, ma l’angolazione curiosa non glielo consentiva, vedeva solo la sua pancia… oppure di nuovo quegli occhi luccicanti quando si piegava… per forza, era logico no? E pensare, che era anche abilitata all’insegnamento della fisica! Le veniva quasi da ridere, pensando alle leggi sulla riflessione, si sedé a corpo morto sulla vasca, con le gambe leggermente aperte, rilassate… solo allora sentì come un senso di freddo di umido… no, niente di preoccupante, era semplicemente la vasca non ancora asciutta, maledizione… si era bagnata la gonna, se la sfilò con un gesto naturale, e senti le mutandine inumidite, le tirò giù e si diresse in camera da letto con i suoi indumenti tra le mani… fu allora che la vide… li nello specchio… come se fosse la prima volta… era da molti anni, da quando era ragazzina, che non si guardava lì… si avete capito… quella cosa… la… lei la chiamava: la spazzoletta cattiva… forse perché davvero ricordava una piccola spazzola senza manico… e poi perché ricordava quella sensazione, come di setole, sotto le dita, quando da ragazzina ingenuamente ci giocava. Ora c’era un’altra macchia di colore nello specchio e le sembrò che il nero del suo sesso, facesse un meraviglioso contrasto con il rosso degli stivali, rimase a specchiarsi per un tempo lunghissimo, perdendo completamente ogni rapporto con la realtà, era come se si fosse perduta in uno scuro mare tropicale e veleggiasse su quegli stivali rossi verso un orizzonte sfumato, la cui unica stella di riferimento era la sua spazzoletta cattiva, che sembrava quasi sorriderle dallo specchio. Lo rifece di nuovo, come quando era adolescente, in piedi, freneticamente, davanti al settimino di radica con le foto di sua madre, la testa piegata di lato, come a staccarsela dal collo, gli occhi serrati da farle male… emetteva dei piccoli suoni, come dei borbottii, che non sembrava provenissero dalla sua gola. Fu tutto brevissimo, durò un attimo, meno di un attimo… i capelli sulla faccia le sembravano alberi… era sudata e senza fiato… e come allora, fu sopraffatta da una sorta di angoscia, quasi di piccola disperazione: la sua logica, il metodo scientifico, quattro anni di analisi, non le erano serviti a nulla… come tanti anni prima, si sentiva ferita, irrimediabilmente ferita. Il bidè non le era sembrato mai così scomodo e l’acqua calda non usciva mai… poi, mentre si lavava con una pigrizia dolente, fu come se una sorta di telecamera uscisse dalla sua testa e si piazzasse in alto, in un angolo del bagno. Poteva vedersi perfettamente: che sensazione curiosa! aveva letto da qualche parte, che nelle esperienze di premorte si hanno emozioni simili. Vedeva le sue spalle, perennemente curve ed i capelli arruffati che le scoprivano la nuca, si trovò così diversa dall’immagine che aveva di se… forse stava impazzendo, tutto le sembrava così squallido… no!! non era un’idea di peccato, no, era l’improvvisa percezione che la sua vita fosse inutile, che il tempo scorresse inesorabilmente tra i suoi pensieri, portandosi via la sua giovinezza, senza lasciarle nulla in cambio. No, non era certo colpa degli stivali… ci voleva coraggio a dirselo… ma non si può vivere senza amore! Era solo questo, solo questo… così poco… è come quando si cammina in macchina e ci sembra di non saper guidare, tutto sembra strano e poi si scopre di avere forato una ruota… da quanto tempo stava guidando così? Con tutte e quattro le ruote sgonfie… e potevano degli stivali rossi, aiutarla a rimettersi in assetto di corsa? Ma avrebbe mai saputo correre lei? Pianse… pianse senza fermarsi, nuda ed infreddolita, finché le sue gambe non le parvero dure, come la ceramica dei sanitari… che strano, non sembravano più nemmeno bombate! Ma no, erano solo addormentate, quasi anchilosate… come il suo cuore… perché non si può sgranchire il cuore… perché non lo si può scuotere come un arto che formicola? Corse d’impulso alla finestra… l’aprì e guardò in basso con un decisione quanto mai inusuale per lei… il marciapiedi nero, sette piani più in basso, sembrava il fondo del mare, la dove nemmeno i grandi toccano… dove nessuna bambina può avventurarsi… si sentì molto piccola e come allora pericolosamente affascinata da quel baratro… il freddo della sera le saliva lungo le braccia e si depositava sui suoi seni come un liquido oleoso… a cosa stava pensando? A sua madre… al vicepreside Comito… quell’odioso, avrebbe dovuto rifare tutti i turni… pensò alla sua amica tedesca… nessuno l’avrebbe avvisata… ai suoi studenti… ohh! quegli asini sarebbero stati contenti di perdere un giorno di scuola… si vedeva nuda sul lastricato… con gli stivali rossi… spudoratamente luccicanti sotto i flash della scientifica… “un delitto a sfondo sessuale…” avrebbe scritto l’allucinato poliziotto… beh in fondo, forse era vero… godeva al pensiero di sua madre che cercava una risposta, che si agitava rendendo sempre più stridulo il suono della voce… la sentiva… la sentiva perfettamente… borbottare con le mani al celo… e sentiva perfettamente il suono dei suoi bracciali buoni, che battevano tra loro come il campanaccio di un monatto… Allora capì… capì che era tutto inutile… che non sarebbe servito a niente… nessun dubbio, nessun senso di colpa, sarebbe mai penetrato in quella fragile testolina, ricoperta da quell’aureola di capelli argentei come una Barbie da incubo… rise… rise finalmente! Rise… e la sua risata, uscì dalla finestra riverberando nel buio e si posò sulla cima dei platani sotto di lei, facendo tremare lievemente le foglie. Lentamente si sfilò gli stivali, li baciò di un bacio umido e tenero e li lasciò cadere dalla finestra. Volarono, per un tempo lunghissimo… uno cadeva diritto come lungo un filo… l’altro si era afflosciato e rotolava nell’aria… poi sparirono inghiottiti dai platani. Chiuse la finestra cacciando fuori il buio e si diresse felice verso la sua stanza, che strano, era scalza, ma si sentiva più alta, come se i piedi e le gambe avessero memorizzato la postura di quegli stivali. Aveva fatto bene a liberarsene, ora poteva davvero camminare da sola, pensò, mentre riponeva nel cassetto del settimino la foto di sua madre.
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